Quando scrivere non serve a spiegare, ma a smascherare

Una riflessione sul linguaggio e sulle sue omissioni

Data

4 gen 2026

Tempo di lettura

5 minuti

Uomo con le braccia aperte e il capo chino davanti a un’architettura gotica, atmosfera drammatica

Scrivere oggi è difficile non perché manchino le parole, ma perché ce ne sono troppe che non dicono nulla. Siamo circondati da testi, formati, suggerimenti, modelli pronti. Tutti possono dire qualcosa. Ma dire non significa pensare.

Quando è necessario, il linguaggio non chiarisce: disturba.
Non rassicura: mette in crisi.

Il problema non è trovare le parole giuste.
Il problema è avere il coraggio di scartare tutte le altre.

È per questo che la scrittura può smascherare.
Non perché sia un’arma morale, ma perché mette in crisi ciò che viene presentato come naturale, giusto, inevitabile. Fa emergere contraddizioni. Espone incoerenze. Scardina le versioni comode della realtà.

Per questo non è mai neutra.
Non lo è quando interroga il linguaggio del potere.
Non lo è quando incrina le narrazioni ufficiali.
Non lo è quando mostra come certe storie vengano costruite per proteggere qualcuno e colpevolizzare qualcun altro.

George Orwell non spiegava il totalitarismo: lo smascherava.
In 1984 non ci accompagna per mano dentro un’ideologia, ma mostra come il potere possa agire sul linguaggio, svuotando le parole fino a renderle strumenti di controllo. La neolingua non chiarisce: restringe. Non descrive la realtà: la riscrive.

Mettere in discussione significa togliere stabilità alle forme.
Anche a quelle che funzionano.
Anche a quelle che tranquillizzano.

Per questo non si tratta di produzione.
Non è output.
Non è prestazione.
Non è riempimento.

Quando è autentica, questa pratica è un atto di sottrazione.
Toglie le parole inutili.
Toglie le maschere.
Toglie le versioni addomesticate del reale.

È qui che smette di essere tecnica e diventa gesto.
Non per spiegare il mondo, ma per metterlo in discussione.
Non per chiarire tutto, ma per lasciare una crepa.

Ed è da questa crepa che nascono alcune storie.
Storie che non vogliono confermare ciò che già sappiamo, ma interrogare ciò che abbiamo sempre dato per vero. Storie che non aggiungono un’altra versione, ma mettono in dubbio la versione dominante.

Il romanzo che sto scrivendo nasce da qui.
Dal sospetto che certe figure vengano trasformate in mostri non per ciò che sono, ma per ciò che rappresentano.
Dal dubbio che la verità, a volte, non venga nascosta dal silenzio, ma da una narrazione troppo ben costruita.

In questi casi non si tratta di spiegare.
Si tratta di smascherare.
E non è sempre un atto di chiarezza. A volte è un gesto di disallineamento. Un modo per smettere di legittimare ciò che funziona e iniziare a interrogare ciò che viene dato per scontato.

Conclusioni

Se ti interessa una scrittura che non rassicura, ma apre domande, Il teatro della menzogna nasce da una frattura: dal modo in cui certe storie vengono costruite per sembrare vere.

Il teatro della menzogna nasce da questo stesso sospetto.
Romanzo in divenire, pubblicato su Substack.

Bruna Mancini

Copywriter & SEO Strategist

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