Quando gli scarti si riconoscono

Una riflessione su Playing God e sulle crepe che ci avvicinano agli altri.

Data

Categoria

Riflessioni

Durata

5 min

Scultura umana in argilla segnata da crepe e imperfezioni all'interno di un laboratorio artistico, circondata da altre figure modellate nella stessa materia.

L'altro giorno ho visto un cortometraggio che probabilmente in Italia conoscono ancora in pochi. Si intitola Playing God realizzato interamente in stop motion da Matteo Burani e Arianna Gheller. Nove minuti appena. Nove minuti che mi hanno accompagnata ben oltre i titoli di coda.

Ho sempre amato l'animazione costruita fotogramma dopo fotogramma e, più in generale, quel cinema che sembra nascere dal lavoro paziente delle mani. Eppure, una volta terminato il cortometraggio, non ho continuato a pensare alla tecnica. Ho continuato a pensare a una mano. Alla mano di una creatura d'argilla che sfiora il pollice del proprio creatore. La storia, in apparenza, è semplice.

Uno scultore modella creature nel tentativo di raggiungere un ideale di perfezione che sembra sfuggirgli continuamente. Misura, corregge, cancella, ricomincia. Ogni opera appare come una tappa intermedia verso qualcosa che ancora non esiste. O forse verso qualcosa che non potrà mai esistere.

Tra queste creature ce n'è una che occupa il centro del tavolo da lavoro. Intorno a lei si accumulano gli scarti del processo creativo: corpi incompleti, figure deformate, tentativi abbandonati dallo scultore nel suo inseguimento della perfezione. All'inizio guarda gli altri con inquietudine. Non prova compassione. Non prova solidarietà. Non desidera avvicinarsi a loro. Li osserva come si osserva uno specchio che riflette qualcosa che non vogliamo vedere. Vorrebbe essere diversa. Vorrebbe credere di appartenere a un'altra categoria.

Molte storie parlano degli esclusi. Playing God parla della paura di diventare uno di loro. E forse è proprio questo a renderlo così umano. La creatura si aggrappa all'idea di essere speciale perché quella convinzione rappresenta l'unica distanza possibile tra sé e gli altri esseri d'argilla che popolano l'officina dello scultore. Finché riesce a sentirsi diversa, può continuare a credere che il destino degli altri non la riguardi. Poi qualcosa letteralmente si incrina. La perfezione che sembrava sostenerla rivela tutta la sua fragilità. Come un castello di carta dove basta una crepa e l'intera costruzione crolla.

A quel punto il film smette di parlare di perfezione. Comincia a parlare di riconoscimento. Uno degli aspetti che più mi hanno colpita è la figura dello scultore. Il personaggio è cieco, non soltanto in senso metaforico, ma anche fisico. È un dettaglio che cambia molte cose. Per tutto il cortometraggio lo vediamo misurare, controllare, verificare proporzioni e distanze con un rigore quasi ossessivo.

A un certo punto compare persino un numero, l'815, il modello ideale che sembra rincorrere senza sosta. Quando comprende che la creatura davanti a lui non corrisponde a quell'immagine, cancella quel numero con rabbia. È un gesto rapido eppure sembra quasi che non stia cancellando un progetto. Sembra che stia cancellando un'identità. Come se quella creatura non fosse un essere vivente ma soltanto una versione difettosa di qualcosa che avrebbe dovuto essere.

La domanda che il film lascia sospesa è affascinante e inquietante allo stesso tempo: come può uno scultore cieco riconoscere la perfezione?
Più ci penso, più mi sembra che la cecità sia soltanto una parte della questione. Perché vedere e riconoscere non sono la stessa cosa. Ed è qui che ritorno a quella mano. A quel gesto quasi impercettibile in cui la creatura sfiora il pollice del proprio creatore. Non cerca approvazione. Non cerca di essere valutata. Non cerca nemmeno di essere compresa. Cerca un contatto. Per un istante sembra un figlio che prova a raggiungere il padre. Ma la risposta non arriva. E in quel silenzio si concentra tutta la sofferenza del film.

La creatura passa gran parte della storia desiderando lo sguardo di qualcuno che, letteralmente e simbolicamente, non può offrirglielo. Forse la scoperta più dolorosa non è che il suo creatore sia cieco. Forse la scoperta più dolorosa è che non sia in grado di riconoscerla. Sono due cose molto diverse. Se fosse soltanto una questione di occhi, esisterebbe una soluzione. Se il problema è l'incapacità di vedere l'altro per ciò che è, la ferita diventa molto più profonda.

Anche l'aspetto visivo del cortometraggio sembra muoversi nella stessa direzione. Burani ha dichiarato di essersi ispirato al Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell'Arca, soprattutto nei colori e nella resa della materia. E si percepisce. Le creature non sembrano semplicemente modellate nell'argilla. Sembrano modellate nella carne. Le tonalità rosate, gli ocra, i beige, le superfici segnate da piccole imperfezioni trasformano la materia in qualcosa di sorprendentemente vivo. Le crepe non appaiono come difetti tecnici. Assomigliano a ferite. L'argilla ricorda la pelle. La pelle ricorda la fragilità. La fragilità ricorda l'umanità.

Forse è anche per questo che il cortometraggio continua a lavorare dentro chi lo guarda. A un certo punto non stiamo più osservando una scultura animata. Abbiamo la sensazione di osservare qualcuno che potrebbe soffrire. Qualcuno che potrebbe essere ferito. Qualcuno che potrebbe essere noi. Alla fine la creatura scopre di essere fatta della stessa materia degli altri. Degli scarti. Di coloro dai quali aveva cercato di prendere le distanze.

Ed è proprio lì che avviene il ribaltamento più bello del film. Non trova ciò che stava cercando nel suo creatore ma trova gli altri. Trova chi condivide le sue stesse crepe. Trova chi parla la sua stessa lingua. Forse è questa l'idea che mi è rimasta addosso dopo la visione. Non siamo fatti per essere perfetti. Siamo fatti per essere riconosciuti. E molto spesso non sono quelli che abbiamo scelto di mettere sul piedistallo a vedere davvero chi siamo. Sono quelli che condividono le nostre stesse fragilità.

Ci sono opere che finiscono con i titoli di coda. Altre continuano a vivere nei pensieri che lasciano dietro di sé.

Playing God, per me, è una di quelle.

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Bruna Mancini - Copywriter & SEO Strategist

Bruna Mancini

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