L’arte dello scrollare

Ci sono gesti che diventano un’abitudine prima ancora che ce ne accorgiamo.

Data

Categoria

Riflessioni

Durata

1 min

Persone in una chiesa guardano il telefono in silenzio, immerse in una luce soffusa.

Prima mi fermavo. Aprivo una pagina e leggevo, oppure rimanevo a guardare un’immagine. Adesso mi succede meno: scorro, passo oltre, a volte riconosco l’inizio di un discorso e penso di sapere già come finirà.
Se mi chiedessero perché, risponderei senza troppi giri di parole: mi annoia ciò che vedo. Eppure continuo.
Potrei appoggiare il telefono. Invece il pollice risale e sotto compare qualcos’altro. A questo punto sembra quasi che ci sia qualcosa da trovare.

In italiano, scrollare significa scuotere, scrollarsi qualcosa di dosso. Il significato digitale deriva invece dall’inglese to scroll, far scorrere un contenuto sullo schermo.
Nella stessa parola finiscono così per incontrarsi due movimenti: scuotere e scorrere. A volte sembrano toccarsi anche nell’esperienza: lasciamo passare il mondo davanti agli occhi e, per qualche minuto, ci scrolliamo di dosso il nostro. Ogni immagine affiora, occupa lo schermo e scompare. Qualcosa ci riguarda, altro viene scartato prima ancora che riusciamo a capirne il perché, mentre il movimento ci ha già portati altrove.

C’è, nello scroll ripetuto, qualcosa che somiglia a un’antica postura: ci chiniamo come si chinavano i fedeli davanti all’altare, con il collo piegato e lo sguardo raccolto. Visti da fuori potremmo sembrare assorti, ma dove si posa quello sguardo?
Le cattedrali invitavano ad alzare gli occhi verso qualcosa che restava. Lo schermo ci tiene chini su qualcosa che fugge e la mano contribuisce a quella fuga. Un’architettura del sacro rovesciata: il raccoglimento nella postura, una continua dispersione davanti agli occhi.

Sono scomparsi i segnali di fine

Un libro ha un’ultima pagina, un film ci accompagna fino ai titoli di coda. Possiamo rimandare, tornarci sopra più tardi, mettere in pausa, ma tutto rimane lì, come l’abbiamo lasciato. Nei feed a scorrimento infinito, invece, altri contenuti si caricano mentre procediamo. Per raggiungere quello successivo basta ripetere il gesto appena compiuto, mentre il fondo continua ad arretrare.

Possiamo sempre fermarci, certo, ma dobbiamo introdurre una fine dove lo schermo non la offre.
E cambia anche la domanda: quanto manca? viene sostituito da che cosa ci sarà dopo?
Basta la possibilità che poco più sotto ci sia qualcosa capace di sorprenderci.

Anche un feed noioso conserva questa promessa: ciò che stiamo cercando potrebbe non essere ancora arrivato.

Forse è il prossimo.

È curioso come la noia, che dovrebbe farci andare via, riesca invece a tenerci lì ancora un momento.

Il pollice riparte.

Il protagonista che nessuno guarda

In questo attraversamento c’è un protagonista al quale prestiamo pochissima attenzione: il pollice.

Lo guardiamo di rado mentre fa scorrere il mondo, eppure ha imparato una coreografia precisa, senza bisogno di musica: una spinta breve, la pausa necessaria a guardare e poi di nuovo su. Il ritmo cambia quando qualcosa ci trattiene, accelera appena riconosciamo ciò che vogliamo saltare.

Una danza minuscola, senza platea. La eseguiamo mentre aspettiamo e qualche volta persino durante una conversazione, con quella fiducia un po’ arrogante di chi crede di poter essere presente in due posti. Una coreografia ripetuta abbastanza a lungo può diventare così familiare da non richiedere più molta attenzione. E allora viene da chiedersi quanto di quel movimento corrisponda ancora a una scelta.

Ho fumato per molti anni e ancora oggi, in alcuni momenti di tensione, penso alla sigaretta. Nel ricordo, però, riconosco anche il rito: la mano che cercava il pacchetto, il tempo occupato dai gesti necessari ad accenderla.
L’accostamento con il telefono riguarda quel gesto acquisito nel tempo, senza mettere sullo stesso piano il fumo e lo scroll. Mi interessa quella familiarità, il modo in cui la mano sembra sapere già cosa fare appena si apre uno spazio nella giornata.

A volte prendiamo il telefono con uno scopo preciso. Altre volte abbiamo qualche minuto da riempire, oppure un pensiero con cui preferiremmo non restare soli proprio adesso. Ed è in quel momento che la nostra mano ha già una risposta.

Il paradosso della noia

Sarebbe comodo attribuire tutto al funzionamento del feed e alle nostre abitudini. Però rimane una questione che, per chi scrive, è meno piacevole da affrontare: a volte ciò che passa sullo schermo annoia davvero.

“Quello che l’AI non ti dice…”

Scroll.

“I cinque prompt che cambieranno il tuo modo di lavorare…”

Scroll.

“Scrivi PROMPT nei commenti e ti mando…”

Scroll.

Magari dentro c’era qualcosa di utile. Io, però, ho incontrato prima la formula. Mi è sembrato di riconoscere il percorso, compreso il punto in cui mi sarebbe stato chiesto di commentare. E sono andata via. Una formula può aiutarci a costruire un testo. Ma quando diventa troppo riconoscibile, rischia di annunciare soprattutto se stessa. Il lettore vede la preparazione dell’effetto e si sottrae prima che arrivi.

Perfino l’invito a fermare lo scroll può diventare qualcosa da scrollare.

Non sempre la previsione sarà giusta. Potrei saltare un pensiero interessante solo perché si presenta con parole consumate. Ma chi scrive deve fare i conti anche con questo: il contenuto arriva attraverso una forma, e quella forma può aver già stancato chi legge.

Il problema mi riguarda. Sarebbe fin troppo facile riconoscere i meccanismi negli articoli degli altri e poi servirmene appena devo cominciare il mio. Basta poco perché una frase ben riuscita diventi un posto comodo in cui tornare, anche quando il pensiero avrebbe bisogno di andare altrove.

Il tempo che chiediamo

“Devi catturare l’attenzione.”

Nel linguaggio della comunicazione l’attenzione sembra un animale da prendere in trappola. Bisogna fermare lo scroll, trovare un’apertura irresistibile. Intanto, dall’altra parte, c’è una persona che magari ha già letto dieci aperture irresistibili prima di colazione. All’undicesima toccherà faticare.

Capisco la necessità di farsi leggere, è parte del lavoro. Ma penso che concentrarsi tanto sull’istante in cui qualcuno si ferma possa farci trascurare ciò che gli offriamo subito dopo.

Se riesco a portarti dentro un articolo, che cosa succede una volta che sei qui? Mantengo la promessa dell’inizio oppure ti accompagno fino in fondo a un pensiero che avevi già incontrato, vestito quasi nello stesso modo?

Meritare l’attenzione significa anche assumersi una responsabilità per il tempo che chiediamo. Non tutto ciò che leggiamo deve insegnarci qualcosa, sorprenderci o cambiarci la giornata. Può bastare una frase che rimane, un’immagine che torna in mente mentre facciamo altro, un pensiero che continua a lavorare anche dopo aver chiuso la pagina.

Non ho una spiegazione generale per ciò che sta succedendo alla nostra attenzione. So che la mia cambia a seconda di quello che incontra: a volte è dispersa, altre volte rimango a leggere molto più a lungo di quanto avessi previsto.

Per questo, quando scrivo, vorrei preoccuparmi un po’ meno di come convincere qualcuno a fermarsi e un po’ di più del motivo per cui dovrebbe scegliere di restare.

Catturare uno sguardo può bastare per un istante. Meritare il tempo di qualcuno è un’altra cosa.

L’arte dello scrollare

Continuo a pensare a quel «mi annoia ciò che vedo». Ma forse la noia, da sola, non basta a spiegare perché continuo.

Intanto sono ancora lì. Il pollice fa salire un’altra immagine. Potrebbe essere quella su cui mi fermerò, oppure no. E il tempo trascorso a cercarla non torna indietro insieme allo schermo.

Nel verbo italiano c’è la possibilità di scrollarsi qualcosa di dosso In quello digitale basta un gesto per far sparire ciò che abbiamo davanti.

Conclusioni

Fuori dallo schermo, però, la vita è meno obbediente.

Non ci credi?

Posa il telefono.


Per approfondire

Noia e uso dello smartphone
Katy Y. Y. Tam, Wijnand A. P. van Tilburg, Christian S. Chan, Swiping away dullness: Disliking boredom predicts more smartphone use, «Motivation and Emotion», 2026. Due studi, rispettivamente su 495 e 261 partecipanti, hanno esaminato il rapporto tra avversione alla noia e uso dello smartphone, utilizzando anche dati di screen time.
Leggi lo studio nel Research Repository dell’Università dell’Essex

Scroll immersion e video brevi
Reshaa F. Alruwaili, Scroll immersion and short-form video use: Predictors of attention, memory, and fatigue among Saudi social media users, «Acta Psychologica», 2025. Lo studio, condotto su 745 partecipanti, definisce la scroll immersion come un coinvolgimento abituale e non intenzionale nello scrolling e ne analizza il rapporto con attenzione, memoria di lavoro e affaticamento cognitivo.
Leggi lo studio su ScienceDirect


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